Il nostro disco dell’anno nel 2005, assieme a La malavita dei Baustelle. Ci avevamo visto lungo: Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione) è diventato un classico, un must della scena indipendente tricolore. Tanto da riuscire in quello che fin qua non era stato possibile, rimettere assieme i suoi creatori. A vent’anni di distanza, gli Offlaga Disco Pax – una delle band più cult italiane del nuovo millennio, come sentirà bene chi ascolta il nostro podcast – hanno deciso di celebrarlo con un tour tra il 7 marzo e il 18 aprile, buona parte delle date è già in sold-out.
E però c'è un'altra occasione, imperdibile: MI AMI 2025, dove il duo emiliano porterà il suo show in mezzo a una line up sensazionale. Non potevamo sfuggirci l’occasione per una chiacchierata con un Max Collini (che ha "rimesso assieme" la banda con Daniele Caretti) in ottima forma, immerso tra elucubrazioni sull’Emilia rossa, i ricordi della costruzione di un album alieno e la voglia di (ri)suonare i pezzi di Socialismo tascabile come si deve.
Perché celebrare i venti anni di Socialismo tascabile?
Il gruppo si è sciolto non per una nostra scelta, il destino ha deciso per noi quando, nell’aprile del 2014, Enrico Fontanelli ci ha lasciati dopo una malattia che lo ha portato via in pochi mesi. In questi ultimi dieci anni ho fatto altro, ma le canzoni degli Offlaga Disco Pax mi sono mancate. Ho scoperto, parlandone con Daniele Carretti, che mancavano anche a lui. Le nostre sono canzoni particolari, difficile immaginare che qualcuno metta su una cover band degli ODP, nessuno quindi le suona più dal vivo e, al massimo, possiamo ascoltarle su Spotify, comprare i cd, i vinili. I vent’anni di Socialismo tascabile rappresentano la scusa migliore che sono riuscito a trovare per tornare a suonarle e tributare un omaggio al disco che ha cambiato la vita a tutti e tre. L’idea è mia e Daniele l’ha appoggiata immediatamente, pensavo a un tributo all’album, niente di più e non avevo grosse aspettative. A vedere certe reazioni del pubblico all’annuncio del tour, ho intuito che qualcosa lo abbiamo lasciato, però non credevo così tanto.
Eravate quasi degli alieni in quel 2005…
Gli Offlaga Disco Pax sono stati una roba che non ammetteva compromessi: o ti piacevano da morire o ti facevano cagare, senza nessuna via di mezzo. È stata anche la nostra fortuna: l’identità del progetto era talmente forte da renderci divisivi. Siamo piaciuti a un sacco di gente, pur dentro a una nicchia, in compenso abbiamo trovato un pubblico disposto ad ascoltarci addirittura ancora prima che uscisse il nostro primo disco: avevamo fatto un po’ di concerti in giro per l’Italia e ogni volta che suonavamo, anche davanti a venti o trenta persone, quei pochi ci sono rimasti appiccicati. Un piccolo seguito diventato più grande con l’uscita ufficiale diSocialismo tascabile.
Dopo vent’anni, i tempi sono cambiati.
La differenza di oggi rispetto a venti anni fa è tutta in un tour di 158 date. Non andavamo a suonare nelle grandi arene ma in piccoli club, nei circoli Arci e a qualche festival estivo di dubbio prestigio. Ho ancora nel computer l’elenco di quelle date, se vedo i nomi dei posti dove abbiamo suonato e mi chiedi quanti di quei 158 locali o piccoli festival esistono ancora, ti rispondo: forse 30. L’Italia del 2005 era un’Italia in cui c’era un posto dove suonare musica del vivo indipendente in quasi tutte le città capoluogo di provincia e spesso anche nei centri minori. Oggi non è più vero. A Reggio Emilia posti così non ce ne sono più: dico Reggio Emilia, non un posto spopolato e dimenticato da dio e dagli uomini, siamo nella Val Padana, in una città industriale, ricca. C’è ancora il circolo Kessel a Cavriago, gli altri fanno discoteca rock e altre cose, i concerti sono diventati eventi rari. Il mondo della musica è completamente cambiato e, soprattutto, c’è poca curiosità e sopravvivono poche proposte che vengono dal basso.
E voi, come eravate venti anni fa?
Io un po’ più magro e molto più naif di oggi (ride, nda)! Eravamo meravigliosamente ingenui, ma è stata una delle nostre fortune: per noi era inimmaginabile potere andare in giro a suonare in tutta Italia, trovare un pubblico, fare dischi: una cosa del tutto inaspettata. Siamo stati travolti da quelli ai quali piaceva quel che facevamo, noi stessi non avevamo nessun piano quinquennale, nessun progetto reale. Abbiamo cavalcato come dei surfisti qualunque l’onda che è arrivata, senza pianificazione alcuna, navigando a vista e rendendoci conto che quello che facevamo interessava a molta più gente del previsto, cosa per noi abbastanza sorprendente.
Quali ricordi hai della registrazione dell’album?
Abbiamo registrato l’album con Giacomo Fiorenza all’Alfa Dept., a Castel Maggiore, vicino Bologna, frazione Primo Maggio. E già il fatto che andavamo a registrare nella frazione Primo Maggio secondo me è stupefacente. Ho un ricordo positivo di quei giorni: era la nostra prima volta in un vero studio di registrazione, qualificato, grande, da dove erano usciti dischi importanti della musica indipendente italiana: all’epoca lo utilizzavano gruppi come Yuppie Flu e Giardini di Mirò, per dire. Lo studio costava 300 euro al giorno, non avevamo tanti soldi, quindi abbiamo cercato di realizzare il disco il più velocemente possibile. Siamo rimasti una settimana in tutto per registrare e un paio di giorni o tre per il missaggio, il disco è stato prodotto in economia, come tutti i dischi di esordio, affidandoci alle nostre sole risorse, ai nostri mezzi, senza nessuno che investisse su di noi. Giacomo Fiorenza all’epoca era il produttore e discografico di gente importante del microcosmo indie e con lui non mancò qualche bonaria discussione, nonostante fosse molto più esperto di noialtri, che in quel momento eravamo dei completi parvenu. Ci guardava come un padre di famiglia guarda i suoi fanciullini cercando di dare loro dei consigli, ma erano venute fuori delle dinamiche abbastanza chiare. In sostanza, a un certo punto fu evidente che Enrico fosse, a tutti gli effetti, il nostro producer. Stava esprimendo già una personalità molto forte e a Enrico era difficile imporre qualcosa, inevitabile dunque che andasse ogni tanto a scontrarsi con Giacomo.
Su cosa?
Ricordo una discussione attorno a Kappler. La registrammo inserendo delle tracce demo che avevamo già a disposizione con l’obiettivo di velocizzare i tempi e a un certo punto Fiorenza dice questa cosa: “Siete in uno studio di registrazione, in uno studio pieno di possibilità, questo brano è composto da due tracce di chitarra, una di voce, una di basso e una di batteria elettronica. Devo mixare cinque tracce con un mixer da quarantotto piste, secondo me il brano meriterebbe qualcosa in più, dovreste usare lo studio anziché limitarvi a una cosa così minimale e semplificata”. Fontanelli guarda Fiorenza e gli fa: “Giacomo, ci sono tutte le tracce che ci devono essere”. Fiorenza, capito l’andazzo, si mette le mani nei capelli e, essendo fiorentino, urla: “Maiala, che palle sti Offlàha!!!! Che palleee!” (ride, nda). Non me lo scorderò mai! Però fu una esperienza utilissima, e devo dire che con Giacomo ci siamo trovati comunque bene, ma era inevitabile che, essendo un disco nostro, Enrico abbia voluto mettere in chiaro che in studio di registrazione non comandava un altro e che l’ultima parola spettava a noi.
Vi hanno spesso paragonato ai CCCP Fedeli alla Linea e ai Massimo Volume…
Quando vieni paragonato a dei mostri sacri sei molto lusingato, soprattutto quando al livello di un mostro sacro non ci sei neanche vicino. Dopo di che credo che nel suono e nell’approccio le divergenze siano più delle affinità, mi permetterai questa citazione. Mi spiego: per quanto riguarda i testi, tutti gli aspetti ironici e autoironici degli Offlaga non credo siano la caratteristica principale di Ferretti o di Clementi, il loro modo di scrivere è senza dubbio diverso. Credo che anche dal punto di vista musicale, a parte alcune cose post rock dei Massimo Volume, peraltro marginali nel nostro lavoro, non ci sia molta affinità. Gli Offlaga Disco Pax usavano la batteria elettronica come i CCCP nel loro primo disco, questo è vero, ma magari non era la stessa batteria elettronica. Un omaggio ai CCCP in Socialismo Tascabile lo abbiamo comunque inserito, citando esplicitamente la loro Allarme in Cinnamon. Allarme, tra l’altro, è l’unica cover mai presentata dal vivo dagli Offlaga Disco Pax. Del resto veniamo dalla stessa città, ho lo stesso accento di Lindo Ferretti, la parlata è molto simile, anche se io non canto e Lindo sì. Però, come dico sempre, i CCCP erano un gruppo massimalista, assolutista, noialtri Offlaga, invece, decisamente minimalisti. Ci sono venti anni tra il loro primo album e il nostro esordio ed era già cambiato il mondo, anche per questo gli ODP sono stati una risposta molto domestica. I CCCP ti arrivavano in faccia come un tir in corsa, noi come un motorino truccato. Non avevamo l’ambizione di conquistare il mondo, ci bastava conquistare il circoletto Arci della provincia vicina. Con i Massimo Volume credo che l’unica affinità vera sia legata al fatto che c’è uno che parla invece di uno che canta. Però ricordo sempre a tutti che lo spoken word non l’hanno inventato i Massimo Volume né gli Offlaga Disco Pax, ma probabilmente gli americani della Beat Generation. Per cui nessuno di noi ha inventato niente, ma certamente ognuno di noi ha messo quello che aveva. Per me i Massimo Volume sono un gruppo gigantesco, ma non è sovrapponibile al nostro, né in termini di contenuti né di forma musicale. Credo che gli Offlaga Disco Pax siano una cosa diversa sia dai CCCP sia dai Massimo Volume, semplicemente siamo un’altra cosa, tutto qui.
Ricordi le recensioni che uscirono sui giornali? Come venne fuori Socialismo Tascabile dalle riviste dell’epoca?
Mi sembra di ricordare cheSocialismo tascabile sia stato mediamente snobbato, almeno all’inizio, dalla stampa specializzata. L’unico che ha creduto nel progetto sin da quasi subito fu Rumore, che diede la copertina al disco, anche se tre mesi dopo la sua uscita, dopo che il suo impatto sulla scena stava cominciando a essere piuttosto consistente. In realtà Rumore non ci diede propriamente la copertina, si limitò a inserire una illustrazione colorata e pop di Lenin (le nostre facce non le conosceva ancora nessuno) con il nome del gruppo sotto. Quella copertina, compresa l’intervista all’interno, ebbe comunque un risultato enorme per noi, che eravamo esordienti. Blow Up pubblicò poche righe a cura di Bizarre (Stefano Quario), una recensione piccola, discreta (voto 7), una apertura di credito al gruppo senza esagerazioni, insomma. Il Mucchio Selvaggio affidò la recensione a Federico Guglielmi nella sua pagina dedicata alle cose italiane: era abbastanza positiva, ma non diceva certo era uscito un disco importante. Peraltro Guglielmi scrisse “testi superiori alle musiche”, e questa cosa fece innervosire parecchio Enrico: “Che cazzo vuol dire testi superiori alla musiche?” (ride, nda). In generale, come dicevo, il disco venne un po’ snobbato, poi però esplose, tanto da diventare il disco dell’anno per Rockit, ex aequo con La malavita dei Baustelle. Ne parlavano tutti, ai nostri concerti veniva sempre più gente, vincemmo il Premio Ciampi come miglior esordio, il premio MEI come miglior band indipendente dell’anno, il Premio Fuori dal Mucchio come miglior disco d’esordio di un gruppo italiano, il premio Mtv per il video di Robespierre battendo in finale i Negramaro, anche loro esordienti. Te lo ridico: battendo in finale i Negramaro, fai te che storia. A un certo punto hanno dovuto fare i conti con noi anche quelli che lo avevano guardato come un oggetto misterioso. Abbiamo conquistato il nostro spazio casa per casa, strada per strada, non abbiamo investito capitali né avevamo alle spalle qualcosa di grosso al di là di una piccola etichetta che si era presa in carico il costo della stampa del cd e la sua distribuzione. Rispetto al rischio che si sono accollati Santeria/Audioglobe ha venduto, tra cd e vinili e compresi i dischi successivi al nostro esordio, un qualcosa come 50.000 pezzi o poco meno: direi che poteva andargli peggio.
Un successo, insomma.
Nel 2005, 2006 il successo significava 300 persone ai nostri concerti, non la folla ai palazzetti dei gruppi indie degli anni ’10. Un successo dal limite economico, fisico: suonavamo tantissimo, ci piaceva farlo, con 158 date tra il 2 marzo 2005 al 2 novembre 2006, un percorso di venti mesi. Adesso i tour sono fatti di 10-15 date, non ci sono più nemmeno i posti dove farli. Oggi la vita live di una band è legata a posti grandi, sono pochissimi i piccoli club che fanno ancora concerti e la famosa gavetta che abbiamo potuto fare con tanti eventi davanti a 50, 100, 200 persone, oggi è quasi impossibile. Però siamo stati dappertutto o quasi: ancora oggi, da solo o con gli ODP, non sono mai stato a suonare in Molise, in Basilicata o in Val d’Aosta. In verità nemmeno a San Marino.
Nel 2005 il socialismo non era più in espansione da un bel po’, cosa rimane del vostro immaginario e dell’Emilia rossa?
Ci sono alcuni luoghi in cui certa storia esercita ancora un’egemonia molto forte. L’Emilia però è pur sempre in Italia e anche qui soffiano venti di ultradestra, ma non così forti da cambiare completamente l’aspetto sociale della regione. Vero, in alcuni luoghi, come Ferrara, città storicamente di sinistra, da dieci anni vince la destra, il che la dice lunga sull’aria che tira, ma posso dire di vivere in un luogo dove sopravvivono valori, realtà, entità e una coscienza sociale. Certo, non c’è più la coscienza di classe storicamente intesa e nemmeno quella collettiva, parola, quest’ultima, ormai andata completamente fuori moda.
Tu eri iscritto al PCI, che tipo di esperienza è stata la tua?
Negli anni ’80, nella provincia di Reggio Emilia, vivevano poco meno di 500.000 persone, quando mi sono iscritto io, nel 1984, il PCI aveva circa 55.000 iscritti. Stiamo parlando di un partito di massa gigante, che aveva circa 100 dipendenti solo nella federazione di Reggio Emilia. Nel partito convivevano l’oscuro funzionario grigio e insopportabile e il giovanotto alternativo supponente e antipatico, tanto per citarmi. In un partito così enorme c’era davvero di tutto e di più, però era un luogo che oggi definiremmo inclusivo. Per dire: io, figlio delle case popolari, con alle spalle una famiglia modesta, quando entravo a palazzo Masdoni, sede della federazione del PCI in centro storico a Reggio, venivo accolto come il figlio dell’avvocato, perché un partito così grande non rappresentava solo la classe operaia, rappresentava tutti: un bel pezzo di ceto medio votava comunista così come una parte del mondo delle piccole imprese. Per me il PCI è stato un luogo fondamentale non solo per la mia formazione culturale, sociale, personale: a me piaceva stare lì, ci stavo bene. Avevo proprio il culto del funzionario di partito e se, a 18 anni, mi avessero chiesto cosa avrei voluto fare da grande, avrei risposto: “Voglio fare il funzionario del Partito Comunista Italiano”, con il mio ufficetto e la mia scrivania dentro la Federazione provinciale… Nella canzone degli Offlaga Disco PaxPalazzo Masdoni (pezzo inserito inGioco di società, album uscito nel 2012, nda) dicevo che dentro la federazione del PCI avrei voluto viverci. Viverci e lavorarci, ovvio. Ero un’anima piena di idealità e pensavo che in Italia avremmo raggiunto il socialismo per via democratica nel giro di pochi anni. Non sono mai stato lungimirante, ne converrete.
Per forza di cose, avrai avuto l’occasione di riascoltare Socialismo tascabile: come lo hai trovato?
Pieno di tante ingenuità ma, sia pur in un contesto di una produzione minimale, l’ho trovato solido, con tante idee nei suoni, nonostante la mia voce acerba e poco espressiva. Oggi credo di essere molto più espressivo rispetto ai tempi di Socialismo tascabile: se lo registrassi oggi, probabilmente avrei una interpretazione meno monocorde, meno spaventata dal microfono. Però, nell’insieme, trovo il nostro primo album meravigliosamente naif e con alcune idee che, a risentirlo adesso, verrebbe da chiedermi: ma siamo stati veramente noi a registrare quest’album? L’impatto, a distanza di tanti anni, è stato davvero positivo, quasi sorprendente. Scusa se me lo dico da solo: non ricordavo di aver fatto una cosa così bella, almeno per i miei parametri.
Certe cose è meglio non chiederle, ma lo faccio lo stesso: Socialismo Tascabile è il miglior album degli Offlaga Disco Pax?
Credo che il nostro album più interessante siaBachelite, un disco dallo sviluppo musicale importante che non trovo nell’acerbo Socialismo tascabile. Però, forse per merito della sua formula così diversa dal solito, penso che il nostro primo disco sia anche quello che arriva maggiormente fin da subito. InBachelite un paio di pezzi deboli li posso anche individuare, mentre, secondo me, Socialismo tascabile, con il senno di poi, è un disco che ascolti dalla prima all’ultima canzone senza saltarne alcuna.
Come suonerà Socialismo tascabile venti anni dopo?
Stiamo cercando di proporre uno spettacolo dal vivo che riproponga il disco nel miglior modo possibile. Useremo alcuni degli strumenti che usava Enrico, la famiglia ce li ha messi a disposizione, sul palco ci saranno la tastiera Casio, il moog Prodigy, il suo basso Rickenbacker. Cercheremo un suono il più possibile vicino a quello di vent’anni fa. Con noi ci sarà un terzo musicista e il risultato finale è che la sensibilità di un altro artista non può essere sovrapponibile esattamente alla sua, sarebbe anche ridicolo pretenderlo, però cercheremo di mantenere il più possibile integro lo spirito del disco.
Già, il terzo uomo degli Offlaga è Mattia Ferrarini, che storia ha e perché avete reclutato proprio lui?
Abbiamo scelto Mattia perché è uno di noi, nel senso che è di Reggio Emilia, ha le nostre stesse passioni musicali e il nostro stesso approccio alla musica. Non ha uno storico di produzioni o di dischi importanti alle spalle, è uno come noi quando iniziammo il nostro percorso. Non è un virtuoso, pertanto dobbiamo sostenere più prove che non con un professionista con tutti i crismi che ti sistema il lavoro in una settimana, ma lo abbiamo accolto volentieri perché vogliamo sentirci a casa, abbiamo bisogno di qualcuno che condivida l’anima di certe cose, non soltanto l’aspetto tecnico. Mi pare che anche lui abbia accettato la sfida in modo positivo e si stia dannando per riproporre cose che probabilmente nemmeno Enrico avrebbe saputo spiegare come riusciva a ottenere dai suoi strumenti.
Il ventennale sarà l’occasione di nominare finalmente i Julie’s Haircut? Mi riferisco al testo di Tono metallico standard, ovvio!
Non lo facevo durante il primo tour, non vedo perché dovrei farlo adesso. Per inciso, i Julie’s ci metteranno a disposizione il loro furgone per il tour, per cui approfitto per ringraziarli.
La faccenda del Toblerone suonata oggi, non avrà più l’effetto sorpresa…
È una questione che non mi pongo. Ancora oggi tantissimi mi chiedono il significato del Toblerone citato in Robespierre, io rispondo di ascoltare Cioccolato I.A.C.P. (pezzo tratto daBachelite, nda), è spiegato tutto lì, la storia è quella. Un sacco di gente degli Offlaga Disco Pax conosce soltanto quella canzone o quel disco e non possiamo pretendere che chi ci segue conosca tutte le nostre canzoni, è normale che ci sia tanta gente che non sappia la storia del Toblerone.
SuonereteSoap Opera, il pezzo sulla vostra conterranea Leonarda Cianciulli?
No, semplicemente perché l’ho sempre trovata abbastanza brutto. L’abbiamo pubblicato nella versione estesa diSocialismo tascabile per i dieci anni della sua pubblicazione (nel 2015) perché era l’unico inedito che non mettemmo nel disco. Ci sarà un perché. Personalmente, non è un’opinione di tutti, sia chiaro, lo trovo un pezzo poco significativo. Chiarisco: non è una critica alle musiche di Enrico e Daniele, io trovo brutto il mio testo. Se riguardo i miei dischi, la mia storia, ci sono dei pezzi che, secondo me, sono meno interessanti a prescindere dal gusto del pubblico. Non tutti i miei testi possono essere allo stesso livello, penso sia una cosa che valga per tantissimi altri autori.
Immagino che questo tour serva anche a ricordare Enrico Fontanelli.
Suonando per un’ora e mezza molti brani con musiche scritte e arrangiate da lui, direi di sì. Nelle nostre intenzioni volevamo celebrare un disco scritto tutti insieme, frutto delle nostre tre persone, delle intuizioni dei nostri tre cervelli. È uno dei rari casi in cui la somma di 1+1+1 dei tre Offlaga Disco Pax ha fatto 5 e non 3: da soli nessuno di noi avrebbe potuto concepire un disco del genere, che nacque per merito di un lavoro collettivo molto fortunato, quasi una congiunzione astrale. Parliamo di un disco che ha cambiato le nostre vite, la mia, quella di Enrico e quella di Daniele. Già il fatto di suonare quelle canzoni è un omaggio a Enrico. Quando suoneremo la sua canzone preferita di Socialismo Tascabile, Piccola Pietroburgo, mi piace pensare che Enrico ci guarderà dall’alto e dirà: “Vi state impegnando, lo vedo, ma io ero più bravo...”.
Gli Offlaga Disco Pax torneranno con del materiale inedito?
In questo momento abbiamo una priorità: riuscire a suonare dal vivo decentemente le nostre canzoni, canzoni che non suoniamo insieme da oltre dieci anni. Non è una cosa semplice né scontata. La domanda che mi fai non me la sono posta: non so se ci potrà essere un futuro per gli Offlaga Disco Pax, ma non ho tempo di pensarci adesso. L’idea del tour è legata al ventennale del disco, tutto il resto sono elucubrazioni filosofiche del tutto campate per aria. Non abbiamo progetti a lungo termine: non ne abbiamo mai fatti prima, non ne faremo adesso.
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L'articolo Offlaga Disco Pax: "Socialismo tascabile ci ha cambiato la vita, era la scusa perfetta per tornare assieme" di Giuseppe Catani è apparso su Rockit.it il 2025-02-26 09:55:00
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